Trovandoci ad affrontare un brano che riteniamo di poter eseguire, non riusciamo ad ottenere il risultato voluto. Dov'è la fonte del problema?
Il nostro cervello non sa guidare il corpo oppure il corpo non risponde adeguatamente ai comandi dell'intelletto? 
Due fattori entrano in gioco:

1 - la predisposizione congenita, l'abilità innata;

2 - il rapporto dinamico mente-corpo che produce il "meccanismo".

Se non si ottiene il risultato voluto, ciò avviene per una delle seguenti ragioni (oppure entrambe) :

1 - una predisposizione insufficiente;

2 - un meccanismo non esatto oppure non applicato a dovere.

Come porre rimedio in questi casi? Sviluppando il meccanismo. Si, certo, ma come?

Normalmente si crede che lo studio ripetitivo e meccanico al pianoforte sia l'unica via percorribile. Non è affatto così. 
In realtà si tratta di una pratica moderna, totalmente diversa da quella adottata da artisti del passato i quali, prima ancora d’essere pianisti, erano compositori ed improvvisatori. Come pensate si potesse affinare l’arte dell’improvvisazione? Dedicando ore ed ore a varianti ritmiche o ad accelerazioni metronomiche progressive? Non lo credo proprio e cerco di provarlo.

È nota a tutti la rivalità esistente tra Mozart e Clementi. Un giorno qualcuno, credo un giovane allievo, raccontò a Mozart:

- Maestro! Sa che Clementi è capace d’eseguire passaggi di terze veloci?

- Impossibile – rispose Mozart – sono troppo difficili!

Qualche tempo dopo, Mozart e il giovane allievo furono insieme presenti ad un concerto dello stesso Clementi che eseguì, tra l’altro, la sua Sonata in fa diesis minore. Giunti al terzo movimento, nel quale figurano quei famosi passaggi di terze, il giovane si rivolse al Maestro:

- Ha visto, Maestro? Dunque avevo ragione che n’era capace. 

E Mozart, con tono abbastanza nauseato:

- Boh! Chissà quanto li avrà studiati!

Non mi ricordo se la storiella è autentica o inventata, diamola comunque per buona. D’altra parte, Mozart – questo è storicamente provato – improvvisava all’istante su temi dati dal pubblico!
Questa, per lui, era autentica abilità: chi invece riusciva ad esibirsi solo dopo aver studiato a lungo era considerato un poveraccio, un uomo qualunque…

Franz Liszt, anche questo è noto, studiava cinque ore giornaliere: due dedicate alla tecnica (quella sua, complicatissima, raccolta in dieci volumi) e tre alla lettura a prima vista. E i brani che doveva eseguire in pubblico? Non ho trovato scritto da nessuna parte che studiasse anche quelli. 

Sto parlando di geni, d’accordo, di menti superiori a qualsiasi immaginazione. Ma le loro mani, dico, erano pure queste appartenenti ad emisferi ultraterreni oppure erano fatte come le nostre: di ossa, cartilagini, muscoli e tendini? Certo che erano così! E allora? Allora, evidentemente, per quei geni ogni conquista meccanica andava ad arricchire una riserva di patrimonio, dal quale attingevano nel modo più naturale possibile, all’occorrenza. 

Due parole sulla lettura a prima vista. Se praticata in modo sistematico, finisce per velocizzare enormemente il rapporto comando-esecuzione, con i vantaggi che tutti sono in grado di constatare: il tempo d’apprendimento, fra tutti, che si riduce incredibilmente quasi a niente. Naturalmente, tutto questo è ben lontano dalla visione che abbiamo oggi del concertista per eccellenza, l’interprete perfezionista; ci appare, anzi, in netta contrapposizione. Eppure…

Nino Rota suonava ottimamente il pianoforte. La carriera concertistica non lo interessava, preso com’era dal suo enorme lavoro di compositore. Si esibiva soltanto per eseguire suoi brani, con risultati impeccabili. Era molto amico di Arturo Benedetti Michelangeli e andava spesso a fargli visita alla villa nei pressi di Lugano.

"Sai – mi raccontò un giorno – ogni volta che vado a trovarlo, Michelangeli mi fa grandi feste; poi insiste perché suoni qualcosa per lui, qualunque cosa, non ha importanza. Mi tocca accontentarlo. Suono pezzi miei, naturalmente: alcuni già composti, altri improvvisati lì per lì. E mentre suono gli parlo – Nino Rota era insuperabile in questa capacità d’improvvisare e nel contempo tenere un dialogo con gli astanti – ma lui non risponde. Se ne sta zitto, imbambolato, ad ascoltare in religioso silenzio i miei pasticci sul pianoforte; lui, l’incontrastato, il massimo perfezionista che mai io ricordi d’aver conosciuto! Non si stanca mai d’ascoltare. “Ancora, ancora”, mi dice. Più volte siamo andati avanti così fino a notte alta…”

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