Il programma del concerto da tenersi ad Imola il 1° settembre 1987, come ho già scritto in una puntata precedente, comprendeva il Concerto in la minore di Schumann op. 54 ed il Concerto n°3 di Rachmaninov; i solisti erano Alexander Lonquich e Sergio Fiorentino. Per prepararlo avevamo a disposizione solamente una prova unica di 4 ore, da effettuarsi nel giorno antecedente il concerto, cioè il 31 agosto, con inizio alle ore 10 antimeridiane. A qualcuno, tra chi mi legge, forse sembrerà esiguo questo tempo, ma posso assicurargli che, trattandosi di solisti in carriera e di orchestre stabili, è perfettamente nella norma. A volte – specialmente nei Paesi dell’Europa orientale – il solista l’ho visto per la prima volta addirittura alla prova generale.

Il 31 agosto alle 10 antimeridiane, come stabilito, iniziammo le prove; dei due solisti soltanto Fiorentino era presente. “Bene!” – dissi a Sergio – “cominciamo noi, Lonquich arriverà prima o poi”. Ma l’attendemmo invano! Non arrivò! Che fare? Finito il tempo di prova, l’orchestra era ripartita per Pesaro; ci saremmo rivisti al concerto, la sera successiva. E il programma? Niente paura; avremmo sostituito Schumann con qualche Sinfonia che l’orchestra aveva in repertorio. 

Nel pomeriggio, mentre bighellonavo chiacchierando di qua e di là nei corridoi della scuola, arriva qualcuno trafelato: “Maestro!” – mi sussurra con gli occhi sbarrati – “è arrivato Lonquich!” “A quest’ora?” – gli rispondo – “Bene, vado almeno a conoscerlo!” Ci presentano. Prima che possa proferire parola mi urla:

- Dov’è l’orchestra?

- Vede, Maestro, noi…

- Dov’è l’orchestra?

- Maestro, l’orch..

- Dov’è l’orchestra? Io devo provare con orchestra!

Non ci sono Santi che tengano! Non mi lascia parlare e non riesco a dirgli che l’orchestra l’ha aspettato per tutta la mattina e che, ora, non esiste più alcuna possibilità di farla tornare per provare. Alcuni – forse Franco Scala, forse altri, non ricordo bene – intervengono in mio aiuto, ma passano almeno 10 minuti prima che Lonquich si calmi. Finalmente riesco a parlare:

- Maestro, l’unica cosa che possiamo fare è di provare a due pianoforti; io farò la parte dell’orchestra.

Lui ci pensa un po’ su poi risponde che va bene. Quindi cerchiamo due pianoforti. Niente. In un lungo corridoio ci sono alcuni pianoforti digitali (generalmente si suonano in cuffia e servono agli allievi per studiare). Ci dobbiamo accontentare di quelli. Prendiamo posto, mentre tutti gli allievi si assiepano intorno chiedendo di poter assistere a questa prova. Permesso accordato.

- C’è una partitura di Schumann? – domando. - Una parte di pianoforte?

Silenzio totale!

- Bene, fa lo stesso! Suonerò ad orecchio.

Iniziamo a provare. Mentre l’accompagno l’ascolto e annoto mentalmente i suoi fraseggi, le dinamiche; dovrò ricordarmi tutto domani sera, quando saremo in concerto! Ogni tanto ci fermiamo un attimo per concordare insieme qualche particolare. Lonquich suona divinamente. Il fatto m’infervora tanto che ad un certo punto, senza rendermene conto, trascinato da una sorta di deformazione professionale, mi metto a dargli consigli: “Forse qui userei meno pedale” o “il rallentando è meglio posticiparlo di mezza misura” o ancora “non isolatamente, meglio collegarsi al discorso degli archi”. Gianna Valente, che siede vicina a me, mi sussurra a bassa voce:

- Oh! Che ti prende? Ma che gli fai lezione? Quello è Lonquich, non è mica un allievo tuo!

Lonquich, che ha sentito, di rimando:

- No, signorina, lasci stare, il Maestro dice cose bellissime! Mi piacciono molto.

La sera seguente – me lo ricordo come fosse ieri – qualche secondo prima di dare l’attacco all’orchestra lo guardai, per assicurarmi che fosse pronto, così come s’usa fare; ricambiò lo sguardo, aggiungendovi un sorriso dolcissimo. Così fui certo che m’avrebbe seguito come un cagnolino, affidandosi in piena fiducia al mio gesto (questo è un atteggiamento abbastanza consueto tra i professionisti d’alto livello: considerarsi il primo strumento di un’orchestra, dunque ubbidire al direttore. Pochi giovani conoscono quest’umiltà!). Infatti, per tutta l’esecuzione non staccò mai gli occhi dalle mie mani, conservando quell’espressione sorridente e felice nel volto.

Ne sortì un’interpretazione di Schumann che non esito a definire memorabile, degna di rimanere nella storia.

Purtroppo (c’è sempre qualcosa che non va come si vorrebbe) nella seconda parte del concerto arrivò il ciclone Fiorentino col suo terzo di Rachmaninov e cancellò ogni altra cosa! Di Schumann e Lonquich nessuno ne parlò più, non rimasero tracce.

Di Fiorentino e del suo Rachmaninov sapete già tutto (il video è pubblicato nella relativa sezione del sito - n.d.r.).  Mi limiterò a

narrarvi che dopo essere usciti quattro o cinque volte a ringraziare, sommersi da un autentico uragano d’applausi, lo lasciai da solo perché facesse un bis. Me ne tornai nel camerino, che era abbastanza lontano dalla sala, in attesa che tornasse. Ma i minuti passavano e non succedeva niente; di tanto in tanto giungeva dalla sala l’eco degli applausi scroscianti, segno che Sergio aveva terminato un altro bis. Non riuscii mai a sapere quanti n’avesse fatti, forse solo guardando il video si può accertare. 

CONTINUA

 

 

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