Quando nel 1955 tornai da docente nell'Istituto che mi aveva avuto allievo fino al 1947 - parlo del vecchio Liceo Musicale "N. Piccinni" di Bari, oggi Conservatorio Statale - l'impressione che ne ricevetti non fu del tutto positiva. Era pur sempre la mia adorata Scuola, il Sacrario nel quale avevo speso gli anni più teneri della mia vita; gli insegnanti erano ancora quasi tutti gli stessi, quei "Maestri" che mi avevano incusso tanta soggezione e ai quali avevo guardato come punto di riferimento della mia irrinunciabile passione artistica.

Anche l'edificio non era cambiato; al primo isolato di via Melo, dalla parte della ferrovia, un grande portone, una scalinata interminabile per arrivare soltanto al primo piano; qui, su un ampio ballatoio, tre porte: a destra quella che dava accesso alla Direzione e agli uffici amministrativi (luogo tabù per i piccoli allievi), al centro quella della biblioteca (un Tempio nel quale si mormorava vivesse, continuamente immerso nella lettura, il Maestro Giovanni Capaldi, fondatore dell'Istituto), a sinistra quella delle aule; queste ultime - otto in tutto - allineate, quattro per parte, ai lati di un largo corridoio.

In verità gli aggettivi interminabile, ampio, largo, si riferiscono a quello che avevo visto con i miei occhi di bambino; tornandovi adulto il tutto non mi sembrava poi così imponente...

Cos'era cambiato, dunque? Apparentemente nulla: la scuola era riuscita a sopravvivere prima ai disagi di una guerra spaventosa e poi a quelli (peggiori, per certi versi) dell'occupazione alleata; costretta infatti a lasciare l'edificio di via Melo, requisito dai servizi militari alleati, si era rifugiata nei locali dell'Accademia Polifonica Barese del buon Maestro Grimaldi, in via De' Gironda (a Bari vecchia) e negli appartamenti privati dell'avvocato Prospero Milella, allora Presidente del Liceo Musicale.

Ma il lento ritorno alla normalità negli anni postbellici non era riuscito a restituire credibilità e prestigio a quella scuola che pure tanto ne era degna; e lo striminzito numero degli allievi frequentanti in quel difficile periodo l'avrebbe condotta ad un solo traguardo, terribile ma inevitabile: la chiusura! Il consorzio di enti pubblici che all'epoca finanziava l'Istituto era stato chiaro in tal senso. Ricordo ancora vividamente l'angoscia che ci attanagliava al solo pensiero che fosse possibile con un semplice decreto amministrativo cancellare così, come con un colpo di spugna, anni ed anni di lavoro portato avanti da un gruppo di musicisti che aveva investito bravura e passione in quella che considerava una missione.

La conseguenza di questa situazione finì per obbligare quello sparuto gruppo di veri Maestri (ed io con loro) a scelte umilianti, come quella di conservarsi l'esiguo numero di allievi rimasti a tutti i costi, i buoni ed i meno buoni, senza andare tanto per il sottile...

Per fortuna l'estate ci dava una mano; infatti una quantità enorme di candidati privatisti sceglieva il Liceo Musicale per sostenere gli esami dei vari compimenti (inferiore, medio e diploma); l’Istituto di fatto era pareggiato ai Conservatori statali e poteva quindi rilasciare titoli di studio legalmente riconosciuti. Naturalmente ci toccava di essere molto...gentili con questo esercito di privatisti che, pagando le tasse d’esame, offriva alla scuola una salutare boccata d’ossigeno finanziaria.

E così, mentre la gente comune era già al mare o in montagna, noi docenti del Liceo Piccinni passavamo quasi tutta l’estate, una settimana dopo l’altra e dalla mattina alla sera, inchiodati ad ascoltare esecuzioni molto, ma molto approssimate di chiaridiluna e patetiche...

C’era da morire. O impazzire. Tuttavia riuscimmo a sopravvivere (quelli che oggi non sono più tra noi perirono di morte naturale; e non mi risulta che alcuno di loro poi sia uscito di senno, posso garantirlo). Avevamo messo a punto una tecnica del riposo fisico che aveva qualche parentela con alcune pratiche Yoga. Riuscivamo infatti ad ascoltare, per quanto ci fosse da ascoltare, quegli innocenti candidati intenti a tormentare i resti del povero Schulze & Pollman (uno dei due pianoforti mezzacoda in dotazione all’Istituto da tempo immemorabile) con la metà delle nostre facoltà intellettive: l’altra metà infatti riusciva financo a dormire o comunque a sonnecchiare in completo relax.

Ma non fu un bel vivere, certamente. Anche perché, durando anni ed anni questa mortificante routine, un senso di scoramento ci si era insinuato, subdolo, in petto: forse il tempo della Musica era veramente finito, non sarebbe tornato mai più, almeno in Italia. Eppure in quegli stessi anni la Camerata Musicale Barese e la Fondazione Piccinni riuscivano a presentare regolarmente nei loro cartelloni artisti quali Backhaus, Fischer, Rubinstein, Cortot, Gieseking...Evidentemente in qualche altra parte del mondo la nostra sublime Arte aveva ancora i suoi sacerdoti...

Non mi riesce più di ricordare se fosse il ’56, o il ’57, o forse il ’58 l’anno in cui avvenne il fatto, ma ha poca importanza, tanto erano tutte uguali quelle interminabili estati... Quel giorno esaminavamo i candidati del Compimento inferiore di pianoforte.

Sarà stato nella tarda mattinata o nel pomeriggio? Proprio non lo ricordo. Dovevo essermi appisolato e non lo vidi entrare. L’attacco perentorio ed infuocato della Polacca in sol diesis minore mi colpisce come una frustata; in due secondi sono subito sveglio. Al pianoforte siede un ragazzino sui 13 o 14 anni, tutto vestito di scuro, due occhi da falco, capelli nerissimi con un ciuffo ribelle che gli arrivava al sopracciglio. Dio! Che presunzione! Affrontare Chopin a questa età! Ora che arriva il Trio, come te la caverai con quei gruppi irregolari di biscrome alla destra, mentre la sinistra continua implacabile il suo ritmo serrato? E il pedale?

Mentre così ragiono tra me e me, l’esecuzione continua spedita. Il Trio? Impeccabile. La ripresa? Anche. Il vecchio Schulze ha ripreso vigore e bel suono proprio come ai vecchi tempi.

 

Ad un certo punto giro gli occhi verso i miei colleghi: sono tutti svegli, gli occhi incollati a quel marmocchio, quasi in apnea. Sento toccarmi il braccio: il Maestro Ruggiero mi sussurra all’orecchio “vai subito a chiamare il direttore” – “Maestro, per carità non io; lo sapete bene come s’incavola se qualcuno lo disturba mentre è intento a comporre...” – “Vai! È un ordine!”.

Dovetti ubbidire. D’altra parte fin da bambino conoscevo Nino Rota e sapevo come prenderlo, infatti dopo qualche reticenza si decise a seguirmi. Il ragazzo ha quasi finito gli esami, Rota gli si avvicina, esce con lui e parla poi a lungo con i genitori ai quali dice pari pari che un talento così ha l’obbligo di studiare in una scuola pubblica. Intanto mi avvicino al Maestro Ruggiero e gli chiedo “a proposito, ma da dove sbuca questo piccolo mostro?” – “da Molfetta” – “e si chiama?” – “Muti. Riccardo Muti; credo che sentiremo ancora parlare di lui”.

Alla stesura dei risultati la commissione gli assegnò 10 all’unanimità e Riccardo entrò come allievo interno del Liceo, dove studiò per qualche tempo col Maestro Ruggiero, prima di spiccare il volo verso mete più importanti quali Napoli e Milano.

Non ho mai dimenticato quel giorno; neanche Muti. Anni dopo, al termine di uno stupendo Requiem di Verdi da lui diretto al Comunale di Firenze, volli esprimergli le mie congratulazioni e lo raggiunsi sul palcoscenico. Ma quando, avvicinandolo, lo chiamai Maestro, mi fermò subito: “No! No! Io sono solo Riccardo”; e chiamando a sè alcuni professori dell’orchestra disse “Ragazzi, vi presento il Maestro Marvulli, il primo che mi ha giudicato in un esame importante”.

Più volte Muti ha scritto o parlato di Nino Rota, un Maestro al quale dice di dovere quasi tutto. Ha citato, tra l’altro, riferendosi sempre a quell’esame di compimento inferiore, alcune parole del Maestro “ti abbiamo dato 10 non tanto per come suoni ma per come potrai suonare un giorno”.

Personalmente ritengo che Rota volesse usare un comportamento “prudente” nei confronti del ragazzino, magari perché non si montasse la testa.

E sempre personalmente – varrà pure qualcosa la mia esperienza di docente – quel 10 fu proprio ben dato. Semmai bisognava aggiungere qualcosa in più, qualcosa che sul momento non venne in mente a nessuno della commissione.

Bisognava trovare l’umiltà di avvicinare quel ragazzino e ringraziarlo: in 20 o 25 minuti – tanto dura in genere un Compimento inferiore di pianoforte – suonando per noi ci aveva fatto un dono stupendo. Ci aveva restituito, integra, tutta la nostra dignità, insieme alla speranza nel futuro della Musica nel nostro Paese che le circostanze fino a quel momento avevano minato. Credo che non sia mai troppo tardi per porre rimedio e quello che nessuno disse quel giorno, quello che ha pesato dentro di me in questi lunghi anni come un debito di coscienza, intendo dirlo oggi. Voglio saldare, finalmente, il mio debito con quel simpatico ragazzino dal ciuffo di capelli neri che gli scendeva fino al sopracciglio: GRAZIE, RICCARDO.

 

(Articolo pubblicato nella rivista Contrappunti del maggio 2001, in occasione della visita di Riccardo Muti al Conservatorio di Bari)

 

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