Prima di continuare lasciatemi spendere qualche parola esplicativa a corollario dei miei ricordi di gioventù, visto che sto parlando di cose avvenute in un mondo realmente esistito, del quale mi pare poco probabile che la generazione attuale abbia la minima contezza. Perché suonare in Cafè Concerto? E perché in Svizzera? Nessuno tra voi credo che possa immaginare, sia pure in maniera informale, quale fosse lo stato di devastazione ereditato in cinque terribili anni di guerra dall’Europa! Lavorare? E come? E dove? Tra le macerie di intere città rase al suolo dai bombardamenti? Nelle sale da concerto che non esistevano più? La ripresa nell’immediato dopoguerra di certo ci fu ma lenta, lenta, lentissima. Prima di poter constatare che la vita aveva ripreso un aspetto normale ne dovettero passare di anni! E la Svizzera? Semplice la risposta. La Svizzera era forse l’unica nazione europea uscita indenne dal secondo conflitto mondiale. Con la sua astuta politica di totale neutralità era riuscita a conservare intatti non solo i suoi territori ma anche la sua economia, la sua proverbiale ricchezza. Non furono pochi i musicisti che la scelsero quale estremo rifugio di pace e di benessere. Aldo Ferraresi, grandissimo violinista italiano, Alexander Topolski, polacco divenuto in seguito celeberrimo direttore d’orchestra negli Stati Uniti; alcuni mi dissero che persino von Karajan – ma non posso giurarlo – aveva fatto piano bar in Svizzera. E poi il pubblico svizzero (specialmente quello della svizzera tedesca) aveva un grandissimo amore per la musica in genere; un enorme rispetto per quella classica. Si poteva suonare Mozart in un affollato ristorante nel più assoluto silenzio; non un brusio, non un tintinnare di posate, camerieri che si muovevano tra i tavoli come robot su rotelline felpate…

“Ma come?” – mi direte certamente – “E il pubblico del Palace?” Beh! Ma lì il pubblico mica era svizzero. Troppo caro per loro! Americani, Arabi, Indiani, di tutte le razze, svizzeri no di certo.

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