Neuhaus, nel suo libro dedicato al pianoforte, si sofferma più volte a tracciare paralleli tra questo strumento e l’orchestra. Un concetto cardine, basilare, sul quale poggia il suo insegnamento. Tuttavia, ad un certo punto, sembra entrare in contraddizione, quando afferma:

Il pianoforte possiede una sua propria bellezza specifica, un proprio io, da non confondere con niente al mondo”.

Dunque: emancipazione totale, nessuna dipendenza dall’orchestra.

Definizione accettabile ma, mi permetto d’aggiungere, ad una condizione: che il pianista si comporti con il suo strumento così come il direttore si comporta con l’orchestra. Dirigere? È una cosa facilissima o difficilissima, secondo i punti di vista. Se si tratta di battere il tempo, anche un bambino ne è capace.

Se, invece, si pretende - sensibili e consapevoli - di scavare fino nel fondo di una partitura per riuscire ad evidenziarla in tutto il suo valore, beh, allora le cose cambiano e Direttori (quelli con la D maiuscola), ahimè, ne restano ben pochi al mondo!
Parliamo di questi. La loro capacità va apprezzata alle prove, durante le quali uno dei compiti più delicati consiste nel cercare e realizzare un equilibrato rapporto dinamico tra i vari settori dell’orchestra.

Mi spiego in altre parole: in una partitura del periodo classico (Haydn, Mozart, Beethoven) il rigo musicale è composto da un numero variabile di pentagrammi incolonnati uno sull’altro (da sette a tredici, a seconda dell’organico). Era uso comune all’epoca scrivere un segno dinamico (p, f, ff), riportandolo su ognuno dei pentagrammi della partitura; prendendo alla lettera quelle indicazioni (nel rispetto scrupoloso per la volontà dell’autore), il risultato non sarà eccellente. Sarà simile ad una fotografia nella quale non si è tenuto conto della “profondità di campo”: piatto! Le foto-ricordo che si facevano una volta (si faranno ancora?) alla fine di ogni anno scolastico sono un esempio classico: tutti ammassati, per ovvi motivi di spazio, davanti ad un muro, una porta, una finestra dell’edificio. Se invece un professionista vuole scattare una foto “artistica” dovrà curare l’inquadratura in ogni particolare; metterà il soggetto in primo piano e, con l’uso appropriato dei diaframmi, allungherà la profondità di campo per valorizzare anche lo sfondo; questo procedimento darà all’immagine un effetto “stereoscopico”.

Torniamo al nostro tema e proviamo a fare un gioco. Ipotizziamo per un attimo che ogni suono generato da un’orchestra, per qualche magia, abbia preso forma umana diventando personaggio fisicamente vivo, ammucchiato insieme agli altri su un immaginario palcoscenico. Ipotizziamo anche la presenza di un buon regista al quale è demandato il compito di posizionare in modo opportuno questa massa; come pensate che agirà? La risposta è fin troppo prevedibile. Gli attori (ovvero i cantanti) che - al momento - hanno un ruolo primario, occuperanno la parte anteriore del palcoscenico; il resto (gli attori comprimari, il Coro, le comparse) starà via via più indietro, sparso in prossimità delle quinte laterali e riunito sul fondale. L’effetto scenografico sarà garantito ed indiscutibile.

Nella realtà che c’interessa i suoni, purtroppo, non sono personaggi visibili ma soltanto udibili, pertanto l’unico sistema valido per differenziarli è intervenire sulla quantità del volume sonoro, aumentando o diminuendo lo stesso, secondo la necessità.

È proprio questo che, tra tante altre cose, fa un buon direttore d’orchestra.

A raccontarla appare semplice, ma non lo è affatto. A volte bisogna vincere la resistenza dell’orchestra, specialmente nel settore dei fiati: questi, ricoprendo un ruolo solistico, sono sempre un po’ pignoli e tentano di mettere i puntini sulle i (come si usa dire), prima d’obbedire.

Un esempio:

Ottorino Respighi, Le Fontane di Roma, finale del primo episodio. C’è un lungo assolo in pp del Clarinetto, sostenuto da tre trombe con sordina e archi. Durante una prova mi rivolgo al solista:

- Professore, un poco più sentito, è il motivo principale e va più marcato

- Ma qui è scritto pp; che faccio? Lo cancello e scrivo piano?

- Non c’è bisogno, lasci pure il pp, ma sia più incisivo, più solista.

- Allora suono sempre pp, oppure cambio e scrivo mp?

Si va avanti un bel po’ con questo battibecco fino a quando, stanco, cedo:

- Va bene, cancelli il pp e scriva mp.

Adesso qualcuno mi dirà:

Ma questo vuol dire alterare le indicazioni dell’Autore!? 

Neanche per sogno – rispondo – è soltanto routine, è tecnica direttoriale.

Produrre un bel suono riferito all’orchestra. 

Dato per scontato che i singoli strumentisti siano in grado di farlo, non si potrà mai parlare di “bel suono dell’orchestra” (in senso globale) se non s’interviene per distribuire in modo prospettico (profondità di campo) e acconcio la massa sonora. Esiste al giorno d’oggi un vocabolo, comprensibile per tutti, che chiarisce il concetto: Stereofonia. Chiunque è in grado di percepire l’enorme differenza tra un ascolto “mono” ed uno “stereo”, nel quale sembra che i suoni provengano da molte direzioni, anche lontane.

Se l’intervento correttivo è necessario riferito ad una orchestra, che possiede al suo interno una ricchezza timbrica senza limiti, diventa indispensabile riferito al Pianoforte, dove al posto di strumenti diversi ci sono solo 88 tasti, in pratica di timbro unico. 

 

 
 

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