Quando lo vidi per la prima volta, Emanuele avrà avuto 9 o 10 anni. Qualche giorno prima Nino Rota, all'epoca direttore del Conservatorio di Bari, me n’aveva parlato: “- Michele, è venuto a trovarmi un ragazzino simpatico, con una gran passione per la musica. Vorrebbe iscriversi da noi, ma è tardi. Le lezioni hanno già avuto inizio. M'è venuta un'idea: lo terresti in classe tua, magari solo come "uditore”? Ne sarebbe certo contento. Risposi che per me andava bene; così qualche giorno dopo me lo ritrovai davanti. Accolsi il piccoletto col più luminoso dei sorrisi, gli strinsi la mano dandogli subito del tu; m’adoprai per metterlo a suo agio. Gli chiesi se sapesse già suonare, se amasse la musica. Rispose con garbata determinazione ad ogni domanda.
Ma quando gli chiesi se avesse un suo autore preferito il viso assunse un’espressione incantata:

“- Adoro Beethoven!”

“ - Beethoven? Per Elisa forse…”

“ - No. Tutto Beethoven; le sinfonie, i quartetti, le sonate.”.

“ - Ma come fai a conoscere tutta questa musica, piccolo come sei?”

 “- Dai dischi. Ne ho tanti, con interpretazioni diverse. Li ascolto continuamente.”

Non era finita. Il mocciosetto continuò a parlare e confessò che di Beethoven aveva già letto 3 o 4 biografie, le lettere, i quaderni di conversazione. Conosceva ogni particolare della vita di quel “grande”. Diamine – pensai – sarà piacevole averlo in classe costui.

A scuola si mostrò subito esemplare; puntuale, attento alle lezioni (lui in qualità di “uditore” non n’aveva diritto), sempre in piedi accanto alla porta. Ascoltava, rapito. Bach, Chopin, Schumann, Debussy, Ravel. E rimaneva per delle ore rispettosamente zitto, tanto zitto che spesso ci dimenticavamo della sua presenza. Un bel giorno, però, accadde l’imprevisto: un allievo aveva portato a lezione una Sonata di Beethoven eseguendola abbastanza bene. L’occasione per una lezione “importante” era una ghiotta opportunità che non potevo lasciarmi sfuggire. Sedetti al pianoforte e iniziai a risuonare il brano. Mi soffermavo qua e là per sottolineare particolari dell’armonia, della dinamica, bisognosi di precise focalizzazioni per risultare più efficaci. La scrittura beethoveniana, oltre a complesse difficoltà di carattere meccanico e musicale, contiene elementi d’altra natura, elementi riconducibili a veri e propri messaggi – vuoi appartenenti alla sfera dell’etica, della politica, della spiritualità – il cui significato non sempre risulta evidente di primo acchito. Tutto infervorato – i ragazzi ascoltavano rapiti - ad un certo punto dissi pressappoco così: “Ecco! Prendiamo questa successione di accordi. E’ evidente che hanno un carattere “evocativo”; suonarli troppo forte sarebbe una scelta errata”. Effettuai una breve pausa strategica, e stavo dando un’occhiata in giro per controllare sul viso degli astanti l’effetto delle mie considerazioni, quando, nel silenzio generale, una vocetta infantile alle mie spalle fece:

“- Maestro! Posso?” – toh! l’Arciuli parla.

“- Certo che puoi, caro, dì pure”.

“- Maestro, Lei dice delle cose bellissime,  ma, vede, proprio l’altro giorno rileggevo la biografia scritta da (?) dove, a un certo punto, si narra del cruccio di Beethoven perché gli accordi di cui Lei parla non glieli suonavano abbastanza forte…”.

Cacchio! Fui sul punto di reagire con forza! ‘Sto soldo di cacio si permette di..., ma non potei. Quella vocetta non aveva nulla d’offensivo; era, anzi, carica di una semplicità disarmante. Così mi limitai a dire semplicemente: “- Va bene, ragazzi, facciamo come dice la mascotte; suoniamoli forte”.

L’episodio, purtroppo, era destinato a non rimanere isolato. Puntualmente, infatti, quando capitò di fare altre lezioni su Beethoven, dopo aver ascoltato le mie idee saltò fuori l’Arciuli che in qualche lettera, biografia, quaderno, aveva scoperto l’intenzione dichiarata dall’Autore riguardante il brano in oggetto; intenzione che – destino fatale! – risultava all’opposto delle mie convinzioni! La cosa stava diventando seria; cominciavo a nutrire fondati dubbi sulla validità del mio sapere: “Da quanti anni andavo predicando il nulla?” Decisi che un giorno avrei saltato il Rubicone e lo feci. Fu quando mi toccò l’op. 111; prima di iniziare mi rivolsi con voce carezzevole a quella specie di Gian Burrasca:

“- Emanuele, va’ a prendere qualcosa al bar, avrai certo fame. E lui:

“- Grazie, Maestro, non ho fame.

“- Sei pallido, va’ in giardino a prendere un po’ di sole.

“- Grazie, preferisco restare in classe.

E vai, non vado, esci, non esco, e dai, no grazie; alla fine sbottai deciso:

“- Emanuele, ti prego, anzi, ti ordino di uscire!”

“- Maestro, ma perché?”

” – Perché voglio fare una lezione in pace sull’opera 111 senza aver di torno qualcuno che mi rompa i c... gli z... insomma...

LE UOVA NEL PANIERE.

 

CONTINUA

 

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