L’anno dopo Emanuele s’iscrisse regolarmente al Conservatorio, superò gli esami d’ammissione e divenne mio allievo “effettivo”. Ciò gli consentì – nel rispetto di una scala gerarchica dei valori – di abbandonare la posizione di “alunno eretto” per assumere quella di “alunno seduto”.

Ciò che rimase invariato fu il suo comportamento, sempre civile e rispettoso, sempre attento alle lezioni degli altri, sempre pronto a sfruttare le situazioni che prestavano il fianco ad una “battuta” velata di scherzosa ironia. A proposito di questa – la sua ironia – devo affermare che, conoscendolo bene ormai, c’eravamo tutti abituati a subirla; d’altronde il candore del suo viso e il tono pacato della sua voce non lasciavano dubbi: non v’era ombra di malizia in lui.

Studiava? - Beh! Studiava, certo, ma in modo particolare, seguendo un suo iter mentale che lo portava inevitabilmente a considerare l’apprendimento della musica intesa nella sua globalità; il pianoforte, pertanto, rappresentava il mezzo per quest’impegno, non il fine. Dotato di facilità istintiva della mano, riusciva con poca fatica a suonare correttamente e con efficacia. La mia preoccupazione era rivolta al futuro: quando le difficoltà “manuali” del repertorio s’infittiscono, la facilità non basta più se non è supportata da un’adeguata preparazione fisica (braccia, tendini, muscoli), noiosa tuttavia necessaria.

A quell’epoca la mia vita con gli allievi era caratterizzata da un clima di grande familiarità ed amicizia. Durante le vacanze estive, che si protraevano per mesi, spesso li incontravo in Conservatorio e davo loro lezioni, se me lo richiedevano. La famiglia Arciuli, invece, m’invitava a casa loro: una bella villa posta in un parco residenziale appena fuori città.
Il ricordo delle visite agli Arciuli è ancora fresco nella mia memoria, quasi le avessi compiute ieri. Non appena suonavo al citofono posto al cancello, un terribile cane lupo sortiva dal nulla e mi correva incontro abbaiando furiosamente, inseguito da Emanuele che, trafelato, gareggiava in velocità con quel mostro scatenato, nel nobile tentativo di riuscire a bloccarlo prima che mi dilaniasse! Immobilizzata la belva si poteva entrare in casa; qui la sorellina piccola d’Arciuli – 4 o 5 anni – al mio apparire sulla soglia correva terrorizzata a nascondersi dietro le gonne della mamma. Questo succedeva ogni volta e finii col farci l’abitudine.

Ma un giorno (2 o 3 anni dopo): sorpresa. Dietro il mostro galoppante (il cane lupo...) apparve la signora Mirella, la squisita mamma d’Arciuli:
“E il pianista?” chiesi.
“Lavora!” mi sussurrò a voce bassa, con tono da cospiratrice.
Entrai nella casa in cui regnava un silenzio totale: nessun suono di pianoforte o di radio o di stereo. La sorellina, privata del suo rifugio preferito, le gonne della mamma, che mi stava troppo accanto, preferì correre a nascondersi dietro un ampio divano.
Quando varcai la soglia dello studiolo, trovai Emanuele chino su un gran tavolo sul quale erano sparpagliati fogli di carta pentagrammata a 32 righi, quelli che si usano in genere per scrivere partiture a grande orchestra. “Maestro!” esclamò, “non vedevo l’ora di vederla”. Incuriosito buttai l’occhio su quei fogli sui quali erano appuntate qua e là note musicali scritte con diversi colori: verde, giallo, rosso.
Colse lo stupore nei miei occhi e partì a razzo: “Maestro! Ho fatto una scoperta sensazionale: i sei pezzi dell’opera 19 di Schönberg! Li ho già studiati e ora glieli faccio sentire.
Ed io: “Ma questi fogli pentagrammati?”.
“Ah, quelli?”, rispose, “Sto provando a strumentarli per orchestra. I colori? Mi servono per identificare caratteristiche sonore di diverso tipo. Ma non è tutto! Sto cominciando a scrivere musiche mie, musiche in stile contemporaneo. A proposito, mi dovrebbe dare una mano, Lei, con la sua esperienza di direttore d’orchestra”.
Diavolo di un Gian Burrasca! – pensai – Come ha potuto una mente, posseduta fino a ieri dal mito beethoveniano, subire la folgorazione schönberghiana, Dio solo lo sa. Decisi - e volentieri - che tanto entusiasmo meritava l’aiuto richiesto e così, seduta stante, gli elencai, scrivendoli su un foglietto, gli strumenti usati in genere nell’orchestra e la loro estensione.

Passammo quindi al pianoforte. Pochi secondi per ritrovare la concentrazione poi attaccò e suonò d'un fiato tutta l’op. 19 di Schönberg. Ascoltavo perplesso e ammirato; non un solo errore di lettura, un suono fuori posto, un pedale inefficace. Era, insomma, già un’esecuzione, e che esecuzione.
Ma non era tutto!
Appena ebbe finito si lanciò a commentare quelle che, a suo avviso, erano le peculiarità più evidenti del brano, di quello che stimolavano nella sua fantasia; fece raffronti con situazioni similari presenti in opere d’altri autori e affermò, convinto, che il n° 4 richiamava alla sua mente un’altra faccia della Petruŝka di Stravinskij: lì per la morte della marionetta l’autore scrive una marcia funebre, qui c’è una sola nota, ma vuol dire la stessa cosa.
Cosa potevo dire di più? Mi limitai, forse, ad indicare qualche diteggiatura più comoda, a porre in rilievo una parte secondaria, nulla di più.

Da quel giorno nel repertorio pianistico di Emanuele Arciuli, accanto all’adorata op.111 di Beethoven, ebbe un posto privilegiato l’op. 19 di Schönberg!

 

CONTINUA

 

Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate
CC BY-NC-ND