Mi ricordo che facevo continui progetti per organizzare lo studio, fissandone anche una data: “da lunedì prossimo mi alzo alle 8 e alle 9 comincio a studiare seriamente”. Ma il lunedì succedeva sempre qualcosa: o mi svegliavo tardi o c’era altro da fare. Poco male! Comincerò domani, martedì. Idem. Quand’ero arrivato al giovedì, decidevo che sarebbe stato meglio rimandare al prossimo lunedì. Settimana dopo settimana. All’inizio dell’estate, poi, fu anche peggio. Quando iniziarono le vacanze scolastiche per i miei due fratelli, la passione del calcio ci travolse: passavamo intere giornate a giocare a pallone, profittando del fatto che abitavamo in periferia ed avevamo tutto un prato a disposizione.

Il concorso? Tanto non avrebbe mai avuto luogo. Si sa come vanno le cose in Italia: si progetta, s’inventa e poi non se ne fa nulla. Suonavo ogni giorno il programma bachiano (i due preludi e Fughe dal Clavicembalo e la trascrizione della Toccata e Fuga in re minore di Busoni) solo per il gusto di farlo. Adesso mi piacevano tanto! In pratica, del resto, mi portavano via all’incirca soltanto una mezz’oretta di lavoro giornaliero.

Verso la metà di agosto, però, avvenne un fatto nuovo che mi riportò bruscamente alla realtà: un telegramma giunto dall’Accademia Genovese confermava che il 20 settembre avrebbe avuto inizio il Concorso. Disperazione! Mi restava solo un mese o poco più per preparare tutto il programma.

Non c’era più tempo da perdere, occorreva escogitare una soluzione razionale per organizzare lo studio. Prima di tutto decisi di scomporre ciascuno dei Preludi e Fughe in due brani distinti; altrettanto feci per la Toccata e Fuga, per i tempi delle Sonate e dei Concerti. Sommando questi spezzoni ai 3 brani del repertorio romantico e ai 5 di quello moderno, ottenni un totale di 25 pezzi. Dedicando ad ognuno di essi solo mezz’ora, occorrevano 12 ore e 30 minuti ogni giorno per studiarli tutti.

Questa volta non attesi un lunedì per iniziare e mi misi immediatamente al lavoro. Mi ero fornito di una sveglia e ne regolavo la suoneria alla mezz’ora, all’inizio dello studio; non appena squillava la ricaricavo e passavo al brano successivo. Dopo aver studiato 4 pezzi facevo una pausa di 15 o 20 minuti. Tra studio e pause dedicavo al lavoro circa 14 ore al giorno. A tarda sera andavo a letto con i polpastrelli lividi e doloranti, ma tenevo duro. Mia madre, qualche volta, sedeva accanto a me, con un grappolo d’uva pugliese in mano; ogni tanto ne staccava un chicco e me lo poneva in bocca, mentre io continuavo senza interruzione a martellare i tasti del mio grande pianoforte verticale, a firma dell’ing. Cesare Berra di Torino.

Ebbi la costanza di lavorare in quel modo per un mese intero, senza concedermi un giorno, un solo giorno di pausa. Alla fine tutto il programma era pronto, potevo ritenermi soddisfatto.

Cominciammo a pensare come organizzare il viaggio; mi avrebbe accompagnato mio padre e sarebbe rimasto Genova con me per tutta la durata del Concorso. Va notato che, benché avessi 19 anni, l’unico tragitto in treno che avessi mai effettuato era il percorso Altamura – Bari e ritorno ed i miei non mi avevano mai permesso di farlo da solo! Nel frattempo il maestro Costa aveva preso contatto con il Maestro Rodolfo Caporali, che insegnava a Santa Cecilia e viveva a Roma, chiedendogli di ascoltarmi prima dell’inizio del Concorso. Parlò di questo con i miei genitori ed insistette molto sul fatto che era indispensabile farsi ascoltare da un concertista di tutto rispetto, quale era Rodolfo Caporali.

Papà ritenne giusto seguire i consigli di Costa, così decise di anticipare la partenza di un paio di giorni per fare una breve sosta a Roma. Che meraviglia quel mio primo viaggio, così lungo, così vario. Che dire poi di Roma? Ne rimasi stordito; dalla sua bellezza, dalla sua grandezza! Alle 16 del pomeriggio Caporali ci ricevette a casa sua. Sapeva già del Concorso e di tutte le prove; suggerì che, dato l’esiguo tempo a disposizione, conveniva controllare innanzi tutto la prima, quella dedicata a Bach. Quindi mi ascoltò. Ebbe poco da dire sui 2 Preludi e Fughe dal Clavicembalo: erano molto ben impostati. Riguardo alla trascrizione di Busoni, si limitò a suggerirmi per la Toccata alcuni effetti di pedale, che a me non sarebbero mai venuti in mente.

Ma quando sentì la Fuga il suo giudizio risultò, a dir poco, catastrofico! L’esecuzione era, sì, pulita ed efficace, ma del tutto fuori stile; ne risultava un’interpretazione selvaggia, di carattere romantico, arbitraria. Sedette lui al pianoforte e con estrema pazienza m’indicò tutte le correzioni da apportare. Si trattava di stravolgere completamente il brano! E tempo non ce n’era. Ero annichilito, distrutto. Nel breve silenzio che seguì si udì la voce di mio padre: “Maestro! Se facessimo ancora una lezione domani?” “Mah!” - fu la risposta - “non credo possa bastare un giorno per questo lavoro. “E poi” - aggiunse - “bisognerà studiare, ma dove? Voi, se ho capito bene, siete di passaggio a Roma”. Mio padre annuì. Caporali pensò qualche minuto, poi, rivolgendosi a me, disse: “Domani pomeriggio ho lezione in Conservatorio. Se per te va bene, vieni qui a studiare; così al mio rientro, verso le 18,30, potrò ascoltarti ancora una volta”. Mio padre rispose subito: “Grazie, Maestro”. E ci congedammo.

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