La mattina seguente la passammo bighellonando per Roma. Potei finalmente ammirare dal vivo la Basilica di San Pietro, Castel Sant’Angelo, il Colosseo. Tutte cose che avevo visto solo in fotografie. Una meraviglia dopo l’altra. Mi sembrava di sognare. Alle 16 tornammo in via Paraguay, dal maestro Caporali. Ci accolse sorridendo Gigliola, sua figlia, che ci condusse nel salotto lasciandoci soli. Non persi tempo. Cominciai subito a lavorare su quella benedetta Fuga in re minore, cercando di mettere in pratica tutti i consigli del maestro.

Questi arrivò intorno alle 19, mi ascoltò e rimase senza fiato: “Dio mio!” – esclamò – “adesso è perfetta! Mi rammarico che non ci sia tempo per ascoltare il resto del programma; avreste dovuto arrivare qualche giorno prima. Pazienza!” Ripartimmo a tarda sera e la mattina seguente di buonora eravamo a Genova. Altro stupore! Altra meraviglia! C’era un tunnel nel cuore della città; ed anche due grattacieli! Ma non c’era tempo per il turismo.

Ci presentammo subito alla sede dell’Accademia, dove fummo accolti gentilmente dal segretario, comm. Giocaliere, il quale c’informò che i candidati iscritti erano 82, che le prove del Concorso si sarebbero svolte presso “l’Istituto dei ciechi” a piazza Armellini e che potevamo già andare a provare i 2 Steinway gran coda sui quali avremmo suonato. Ci dette anche un foglietto stampato contenente alcune precisazioni sulle regole del Concorso, che erano pressappoco le seguenti:

1 - I candidati avrebbero sorteggiato l’ordine d’esecuzione;

2 - La segreteria avrebbe convocato per ogni prova 10 candidati;

3 - Il candidato, prima di iniziare la prima prova, avrebbe estratto un numero;

4 - Il candidato avrebbe conservato questo numero per le prove successive;

5 - Il segretario del Concorso avrebbe annunciato a voce il numero estratto;

6 - La giuria, per tutta la durata del Concorso, avrebbe agito nascosta dietro una tenda ed avrebbe giudicato il candidato identificandolo solamente con il numero estratto; senza vederlo, quindi, e senza conoscerne l’identità;

7 - La prima prova sarebbe stata a porte chiuse;

8 - La stampa era ammessa a tutte le prove, ma nascosta da una tenda.

Ci recammo subito a piazza Armellini. L’Istituto dei ciechi era in un bel palazzo antico; già dallo scalone di marmo s’udiva un fracasso assordante di pianoforti, ma quando fummo nel salone lo spettacolo fu agghiacciante! C’erano forse 50 o più pianisti, che si spintonavano l’un l’altro per riuscire a mettere le mani su quei due strumenti, sui quali sciorinavano a tutto volume scariche d’ottave, di doppie terze, di trilli!

Ecco cosa m’aveva taciuto il buon maestro Costa! Che mi sarei trovato a combattere contro questi mostri! Inoltre erano tutti più grandi di me.

Me ne stetti per un po’ a guardarli: ognuno di loro trasudava odio per ogni rivale, era evidente. Si guardavano in cagnesco, come belve feroci. Alla fine mi decisi: “Papà – dissi – qui si rimedia solo una brutta figura, sarà meglio tornarsene a casa”. E non lo dicevo per scherzo. Papà cercava d’incoraggiarmi in tutti i modi, ma non c’era verso. “Almeno tenta la prima prova – disse – chi diavolo ti conosce?” Dovetti arrendermi. Due giorni più tardi, fu di pomeriggio, toccò al mio gruppo. Fui chiamato per primo; il comm. Giocaliere, che aveva in mano un sacchetto, mi disse: “Tira fuori il tuo numero”. Estrassi il 15. Allora lui salì 3 scalini, aprì la porta che immetteva nel salone ed annunciò ad alta voce: “Suona il numero 15” e mi fece segno d’entrare. Regnava un silenzio pauroso; il Salone era deserto ed io ero di ghiaccio. Iniziai con i pezzi d’obbligo; il suono non era male, anche se mi pareva un tantino secco. Ero come in trance. Gettai un’occhiata furtiva ai pedali e per poco non svenni. Il piede destro mi ballava impazzito da sinistra a destra, senza riuscire ad abbassarsi. Stavo suonando tutto senza pedale! Come avrei fatto con la trascrizione? Quelle due Fughe di Bach, tuttavia, sarei stato capace di eseguirle anche da morto, tanto le avevo studiate. Poi mi riuscì di ritrovare il controllo del pedale e terminai la prova senza incidenti.

Uscii furibondo: “Ho suonato da cane” – dissi a mio padre – “una vera porcheria!” Papà cercava inutilmente di rincuorarmi: “Ma no! Che dici? Andava benissimo”. A lui s’era accodato un giovanotto che, battendomi una mano sulla spalla (ma guarda che confidenza si prende, questo sfacciato!), continuava a ripetermi: “Magari riuscissi io a suonare così bene come hai fatto tu!” Dapprima non gli diedi retta, ma lui insisteva con la tiritera del “magari” e la mia pazienza arrivò al limite. Alla fine sbottai: “Oh! Cosa vuoi tu da me? Chi diavolo sei?” E lui: “Sono il prossimo candidato”. Un candidato? Che miracolo è questo? Ero abbastanza stupito. “Come ti chiami, da dove vieni?”, gli chiesi. “Vengo da Napoli e mi chiamo Sergio Fiorentino”. Non ebbi più parole! Lo amai subito, come si può amare un fratello.

Sono trascorsi circa 60 anni da quel giorno ma le semplici parole proferite da Sergio Fiorentino sono ancora scolpite nella mia mente, quasi che le avesse pronunciate ieri! E non credo proprio che esista un aneddoto più efficace di questo per dimostrare la grandezza di quel meraviglioso Artista e Uomo!

 

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