Fiorentino aveva visto giusto: la prova di Bach era stata eccellente e la vinsi con il voto di 9.50, il più alto in assoluto. Era scritto ben visibile sul tabellone, nel quale ogni concorrente figurava con il numero estratto, non con la propria identità. Non potevo credere ai miei occhi. Infatti, le parole di Fiorentino mi avevano rivelato un amico, ma non erano riuscite a dissolvere l’erronea mia convinzione d’aver effettuato una prova non abbastanza positiva. Per cui, alla lettura dei risultati, ingenuamente mi lasciai scappare ad alta voce una frase inopportuna: “9.50! Troppo generosa la giuria. Non ho suonato così bene da meritare tanto!” Ahimé! Per disgrazia qualcuno udì queste mie parole (forse uno degli esclusi) e pensò bene di farsene un’arma per aggredire con violenza i membri della giuria: “Bravi! Complimenti! Avete assegnato un 9.50 a qualcuno che ha dichiarato pubblicamente di non averlo meritato! Questo significa che siete degli incompetenti o dei mafiosi!”.

L’episodio provocò una dura reazione da parte della giuria, la quale decise che da quel momento sui tabelloni con i risultati sarebbe apparso soltanto l’elenco dei concorrenti ammessi alla prova successiva, senza alcuna indicazione del voto. Fu un brutto colpo per tutti noi. Nel regolamento del Concorso c’era scritto: “Ogni candidato sarà valutato con un punteggio da 1 a 10 (e frazioni). Il punteggio finale risulterà dalla media di tutte le prove sommate tra loro”. E adesso? Come fare a controllare la nostra posizione in classifica, senza conoscere i punteggi assegnati dalla giuria? Fu giocoforza proseguire alla cieca. Per quanto mi riguarda, devo confessare che l’apprendere dell’ottimo risultato della prima prova mi aveva restituito fiducia, ma quella piacevole sensazione di benessere durò solo poche ore. Nella notte, verso le 4, mi svegliai in preda ad atroci dolori, provocati da una colica renale. Un medico, prontamente accorso, m’iniettò un efficace calmante e mi consigliò di restare a riposo, almeno per 3 giorni! Gli parlai del Concorso, della necessità di studiare. Ci pensò per qualche minuto, poi si convinse e mi dette alcune pastigliette da usarsi, mi disse, con molta cautela. Per mia fortuna, tra una prova e quella successiva, passavano sempre 4 o 5 giorni. Avevo tempo di recuperare le forze. Ma non fu così facile; i postumi della colica o i calmanti mi avevano lasciato uno stato di spossatezza fisica che m’impediva di ritrovare il ritmo di studio al quale, ormai, avevo fatto l’abitudine.

Comunque nelle prove restanti riuscii a suonare in maniera accettabile. Adesso non avevo più paura, anzi, quasi mi divertivo. Dopo ogni prova il numero dei concorrenti in gara si assottigliava; dopo la prima eravamo in 48, a quella finale arrivammo in 12. Intanto il meccanismo perverso della gara m’impedì di incontrarmi ancora con Fiorentino. Lo rividi, quando ci ritrovammo con gli altri finalisti nell’androne di Corso Armellini, per conoscere il risultato finale, che riporto qui di seguito:

 

1° PREMIO – SERGIO FIORENTINO, Italia

2° PREMIO – ANNA MARIA PENNELLA, Italia

3° PREMIO – SIMONE DAUBIAN, Francia

4° PREMIO – GINO BRANDI, Italia

5° PREMIO – LILI KELETI, Ungheria

6° PREMIO – MICHELE MARVULLI, Italia

 

Forse voi non ci crederete, ma ve lo dico lo stesso: il mio naturale rammarico per non essere riuscito a fare di meglio fu ampiamente superato dalla gioia di vedere al primo posto qualcuno che, in quella bolgia di rivalità, d’invidie, aveva sentito il bisogno d’avvicinarmi, per confessare con umiltà: “Magari riuscissi a suonare così bene come hai fatto tu!”

La premiazione avvenne in serata di gala a Palazzo Ducale. Finalmente giuria e candidati (solo quelli rimasti in gara) potettero guardarsi in faccia! Il presidente Franco Alfano (il Maestro che aveva terminato “Turandot” di Puccini), insieme ad Armando La Rosa Parodi (direttore d’orchestra), Georg Migot (compositore francese) sono solo alcuni dei nomi che ancora ricordo, ma ce n’erano ancora altri. Personaggi di statura artistica ed umana di altissimo valore; col sorriso sulle labbra, ora stavano rispondendo con gentilezza alle domande dei candidati. Volli provarci anch’io.

Avvicinai il Maestro Alfano e gli chiesi: “Maestro, sono Marvulli, mi piacerebbe conoscere il suo parere”. Mi guardò sorpreso, sembrava non capisse. Insistetti: “Maestro, io sono Michele Marvulli il 6° premio. E lui: “Il numero, quale numero?” M’ero scordato che noi per la giuria eravamo stati solo numeri. “Il 15, sono il numero 15”, dissi. Allora il Maestro prese il suo taccuino d’appunti, lo sfogliò velocemente; quando ebbe trovato, la faccia gli s’illuminò. Posandomi con affetto una mano sulla spalla mi disse: “Bravo! Bravo figliolo! Ma dobbiamo ancora studiare, studiare tanto!” Ed io a lui: “Maestro! Lei vuol dire che io devo studiare!” “No, no!”, rispose. “ti ho detto proprio noi. Tu hai appena 19 anni, ma io ne ho 81 e la Musica ancora non la conosco appieno!”

P.S. Di questo mio dialogo col Maestro Alfano ne ho già parlato in altre occasioni. Ho dovuto necessariamente ripetermi perché l’episodio era strettamente collegato a tutta la storia del Concorso.

 

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