Dopo una settimana all’incirca venimmo ad un accordo con la direzione. Non eravamo più obbligati al “servizio pomeridiano”, sarebbe stato sufficiente solo quello serale, a condizione che fosse presente in Salone almeno un ospite. Uno dei direttori, diverso da quello dalla faccia di peperone, ci spiegò in un corretto italiano che la vita di un albergo ha caratteristiche particolari; la clientela, che cambia continuamente, crea di volta in volta condizioni di vita diverse, collegate agli usi o alle abitudini degli ospiti in massima parte internazionali. All’epoca in cui era stato perfezionato il nostro contratto nessuno era in grado di conoscere se i clienti avrebbero preferito ascoltare musica nel pomeriggio o farsi una pennichella. Comunque la direzione ci avrebbe avvisato tempestivamente nel caso fosse stato richiesto un concerto pomeridiano. In quanto alla celerità della comunicazione non c’erano problemi: niente fax (che cos’è?), niente telefonino (occhi sgranati: “TELEFONINO?”), bastava citofonare, tanto abitavamo lì.

E la sera? Devo ammettere che le parole della direzione erano veritiere; il volto dei clienti cambiava di continuamente, ormai avevamo imparato a riconoscerli; ma nessuno di loro che avesse abitudini nottambule. E di solito alle 22 tutti a nanna… Non che fosse spiacevole questa vita; dopo tutto non avevo portato la famiglia in vacanza? Più vacanza di così (oltretutto gratuita, anzi remunerata!). Il fatto è che non passava giorno senza che Barbieri non mi ripetesse tormentosamente: “- Michele! E il trio di Mendelssohn quando lo leggiamo?" Una sera arrivò un gruppo – di certo americani – chiassoso  e ridanciano; non facevano altro che bere e ridere. La musica? Si, piaceva, ma solo quella che ti richiedevano loro: Valzer di Strauss, Porter, Gershwin. Rodgers; anche talvolta la marcia trionfale dell’Aida o “alla turca” di Mozart. Sono restati a Lucerna per una settimana e abbiamo preso una certa confidenza. Una sera uno di loro si avvicina a Simon (era lui il responsabile del complesso) e gli farfuglia qualcosa in un incomprensibile slang. Simon torna da me e Franco e riferisce: “- Non ho capito un accidente! L’unica parola chiara era “ledi”. Ledi? Ledi? Sarà certamente Lady (dimenticavo: Simon era di Ginevra e parlava esclusivamente francese). Continuavo a cercare caparbiamente nei miei ricordi: “Lady”… “Lady”… “Lady”… Ma certo, Simon, come non m’è venuto in mente prima? Si tratta,  è certo ormai, di “Lady be good” di Gershwin: “Oddio! E chi la sa”, mi obietta Simon? “Io la so”, gli rispondo; la suonavo già nel 1946 con la  mia “Band”. Detto fatto gli spiattello un assolo di piano con tre, quattro Refrain di Lady be good, con modulazioni e improvvisazioni ad hoc! I miei due compagni mi guardano compiaciuti e un tantino strabiliati! Non se l’aspettavano che fossi capace di improvvisare in perfetto stile “Jazz”.

Alla fine della serata l’americano si avvicinò a Simon e gli parlottò  sottovoce; dall’espressione del viso capii che c’erano brutte notizie in arrivo. Infatti non appena si fu allontanato Simon mi guardò tristemente: “Michele”, mi disse, “non era quello il pezzo; gli ho detto di tornare domani, proveremo a fargliene sentire un altro”. Un altro? E quale, mio Dio? Quella notte dormii male con la conseguenza di una fastidiosa emicrania nella mattinata successiva. Anche a tavola sedetti di malavoglia. Mi infastidiva già il pensiero che tra poche ore avrei visto l’espressione – ormai truce – dell’americano dalla incomprensibile richiesta alla quale ancora non mi riusciva di trovare una soluzione. Mancava poco al momento fatidico quand’ecco “una lampadina” mi si accende nella memoria: “-Simon, Simon, ho trovato; si tratta di <The lady is tramp>, lo slow che Frank Sinatra ha portato alla celebrità”. Ora si che non avevo più paura anzi aspettavo l’americano e questa volta…Appena lo vidi nel Salone dissi ai miei compagni: “- lasciatelo a me, è tutto mio” e giù con una esecuzione di largo respiro, variazioni, improvvisazioni, un pizzico di “cool” di The lady is tramp. Niente! Alla fine della serata, più inca…to del solito con la solita “lamentazione di Geremia”: “no quelo, no quelo (gli americani hanno qualche difficoltà nelle doppie elle). Spazientito mi avvicinai a Simon che finora era rimasto l’unico confessore di quella peste: “Please, tell me, what do you want? E lui: “maifvlèdi, maifvlèdi, MAIFVLE’DI, MAIFVLE’DI…

 

Quella notte non dormii...

 

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