Un momento importante in quegli anni di studio fu l’allestimento del «Tristano e Isotta» di Wagner al Teatro Petruzzelli (1949).

Rota chiese ed ottenne il permesso di assistere con i suoi allievi a tutte le prove dell’opera. Ricordo che insieme a lui, partitura d’orchestra alla mano, passavamo ore e ore incantati nella platea del teatro mentre Angelo Questa, direttore d’orchestra di alto prestigio, con infinita pazienza provava e riprovava con i soli Archi i passaggi più ostici di quel capolavoro. In breve fummo tutti presi dalla sindrome wagneriana, un morbo difficile da debellare (unica pecora nera di tutto il nostro gruppo: Giambattista Orlando, per il quale la musica cominciava da Puccini e finiva a Mascagni).

Quasi ogni giorno, venendo fuori dal teatro al termine di una prova, ubriacati da quella musica demoniaca, mi toccava un compito sgradito: sostenere un dibattito senza fine col mio caro amico Manlio Spadaro, giornalista, verdiano sfegatato e incorreggibile. Puntualmente mi aspettava all’uscita e, senza perder tempo, partiva in quarta cercando di convincermi che Wagner mai e poi mai sarebbe riuscito a uguagliare Verdi in grandezza. Andavamo avanti a parlare per ore e ognuno dei due si sforzava inutile. Quando alla fine ci lasciavamo, sfiniti, ognuno aveva conservato intatte le proprie convinzioni. Quello che non riuscivo a capire, invece, era come mai il Maestro, grandissimo estimatore di Wagner, tenesse in gran conto anche il nostro Giuseppe Verdi. Spesso, infatti, lo citava:

– Ha ragione don Peppino – diceva. – Il motivo ci vuole! Il motivo, la canzone! Senza il motivo la musica ha poco valore!

Ci sono voluti anni, ma alla fine ci sono arrivato anch’io. Il valore drammaturgico del nostro Verdi, secondo Nino Rota, anche con semplici accompagnamenti di zum-pa-pa aveva sempre pochi rivali.

Nel 1950 fui ammesso al Corso di perfezionamento in Musica da Camera a Santa Cecilia e mi vidi costretto a trasferirmi a Roma, abbandonando gli studi di Composizione nel Liceo di Bari. Quando lo seppe, il Maestro disse di non preoccuparmi. Egli era spesso a Roma e potevamo incontrarci lì in privato. Le cose, purtroppo, andarono diversamente. In un’epoca in cui computer e cellulari non esistevano ancora, riuscire a stabilire un contatto era impresa ardua. Solo una volta mi capitò di raggiungere al telefono il Maestro; mi fissò un appuntamento sotto la sua casa romana, a Piazza Quadrata, ma arrivò tre ore dopo, trafelato e trascinando un enorme registratore. Quindi non se ne fece nulla. Poi nell’autunno dello stesso anno, trovandomi per caso in Svizzera, accettai di sostituire per due o tre settimane un pianista italiano che suonava con una orchestra da café concerto. Ahimé, altro che tre settimane! Cinque lunghi anni rimasi nella confederazione elvetica. D’altronde le macerie e le distruzioni ancora presenti in Italia quale retaggio di una guerra, non offrivano molte possibilità di sopravvivenza; lì, invece, si stava tranquilli e si guadagnava bene. Ci volle un atto di coraggio per lasciare tutto e tornare in patria a cercare fortuna.

Feci domanda di supplenza al Liceo nel quale avevo studiato e che aveva adesso un nuovo direttore: il mio amato Maestro, Nino Rota. La cosa sembrava facile da ottenere, ma non lo fu per niente. In aperto contrasto con la Commissione, che giudicava in modo positivo la mia domanda, qualcuno vi opponeva un netto rifiuto. E costui, guarda caso era proprio lui, l’amato Maestro. In verità le ragioni addotte a giustificare i suoi dubbi erano semplici. Secondo lui, un pianista di rango come Marvulli non avrebbe mai trovato la pazienza d’insegnare a dei bambocci; avrebbe piantato baracca e burattini per andar via su due piedi. Alla fine dovette acconsentire, sia pure a malincuore, ma senza aver cambiato idea. Risultato di questa sua condiscendenza fu pressappoco il seguente: più volte, mentre stavo facendo lezione, udivo un bussare discreto alla porta.

– Avanti,

– Permesso? Disturbo? – rispondeva gentilmente la voce del Maestro che entrava in classe con il suo consueto sorriso.

Gli cedevo il posto, sapendo che gli piaceva dar lezione. Si accomodava volentieri, ascoltava per qualche minuto pezzi di repertorio ben realizzati, poi chiedeva all’allievo di eseguire una scala o un arpeggio. Voleva controllare di persona se ai miei ragazzi le scale le facevo studiare si o no. Succedeva spesso che, intimiditi dalla presenza del Direttore, gli allievi finivano per impappinarsi con quelle maledette scale. Apriti cielo:

– Ecco, lo vedi? – diceva, guardandomi in tralice – Non studiano abbastanza le scale! E se ne andava crucciato. La storia durò settimane, mesi, forse anni fino a quando un giorno trovai il necessario coraggio per rispondergli:

– Maestro, vedo che Lei considera le scale un punto di partenza! Non le ha mai detto nessuno che sono invece un punto d’arrivo? Miracolo! Le grandi anime non hanno paura d’ammettere spontaneamente un errore di valutazione! Mi guardò sorridendo, mormorò un timido «scusa» e da quel giorno non si parlò mai più di scale.

 

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